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Benetutti

CComune di Benetuttiomune di Benetutti
Corso Cocco Ortu , 76 - 07010 Benetutti (SS)
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Acqua e montagna, radici e modernità, orgogliosa laicità e devota spiritualità, economia agropastorale e attrazione turistica: Benetutti è tutto questo. E non solo. La sua stessa storia è guarnita da un insieme di contrasti che non la fanno certa né del primo insediamento né del toponimo. Tra le certezze il monte, che ne custodisce la quotidianità,  il Sisine, e le acque termali (le romane Aquae Lesitanae) che hanno cadenzato l’interesse dei visitatori.

 Storia

  L’antica Bellurjana diviene Benetuti (con una sola t, così almeno è riportata in tutti i documenti ufficiali) ai tempi dei pisani. Forse perché, come ricorda anche Don Farina nel suo “Benetutti:appunti per una storia”, il suo nome deriverebbe dal latino “bene tutus” ovvero “ben sicuro, ben protetto”, oppure secondo la leggenda che parla della rabbia dei medici del circondario per quelle acque salubri e risanatrici di San Saturnino che ai suoi frequentatori evitavano le malattie e quindi si finiva per stare Tutti Bene.

 Leggende o no, nessuno può affermare con certezza come e quando il nostro antico “villaggio” sia sorto, non esistendo alcun documento al riguardo. Ma se vogliamo avere un punto di riferimento “per supporre approssimativamente almeno dove siano state costruite le prime case, è necessario riferirsi alla parte storica del paese”. Quella, manco a dirlo, che per la sua sicurezza si estendeva ai piedi del Monte Sisine, tra due canali, quello che discende dalla periferia di Nule e l’altro che proviene da Nannigazza. Insomma, un po’ come gli antichi Romani che hanno scelto la loro dimora tra i Sette Monti (o colli che dir si voglia) e il loro grande fiume.
“C’è da pensare – ricorda sempre Don Farina - che gli abitanti abbiano scelto un posto un po’ elevato per essere lontani dall’umido dei ruscelletti che irrigavano i terreni dei due canali facilmente coltivabili; ma allo stesso tempo, che non dovessero faticare molto per attingere l’acqua: varie erano e sono le sorgenti ai piedi di quel monte, tra cui “su bucchittu”, “funtanedda”, “sa radina”, “nannigazza ”. O forse è stato il contrario, i primi insediamenti furono verso il fiume e le sue acque portentose, dove si edificò l’antica Lesa. La verità è che l’intera regione di questa ala del Tirso, accolse insediamenti umani sin dall’età neolitica. Lo testimonia anche la Domus de janas di Molimèntos che risale alla cosiddetta cultura di Ozieri (3500-2700 a.c.) ma fu riutilizzata successivamente visto che vi sono stati trovati materiali di età posteriore (Cultura di Abealzu, circa 2500 a.c.). E dove comunque dal 30 marzo 1983 non nasce più nessuno, o meglio per nascere bisogna emigrare (Ozieri, Nuoro, Sassari, Olbia) e, quindi, le nostre mura di granito da quella lontana primavera di 20 anni fa, quando nacque l’ultima bambina benetuttese (Antonella Palmeria Pinna) non hanno più il piacere di ascoltare il primo vagito dei nascituri. E così, studiando il passato e le sue contraddizioni, analizzando il presente e la sua complessità, forse si comprende meglio questa nostra antica posizione di confine.

Ambiente e Territorio

  Siamo il lembo estremo della provincia di Sassari, confinanti con il Nuorese più radicato e sempre più interessati allo sviluppo della costa Gallurese. Viviamo i tempi che il buon Dio ci manda rischiando, comunque sempre, la strada del protagonismo. Sempre più sono i giovani che associano le loro speranze future sul prodotto turistico e quindi alcuni diventano esperti di marketing, altri ingegneri, nascono piccole imprese edili, di autotrasporto, piccole aziende artigianali di abbigliamento, di servizi ristoro o ricettivi; in poche parole di produzione di beni e servizi a tutto tondo per la industria della vacanza. E c’é l’impegno sociale, quello culturale, agonistico e sportivo. Insomma noi, piccolo comune de sa costera, 2139 persone al 31 dicembre dello scorso anno, siamo pronti ad insistere sulla scommessa fatta dai nostri antenati che scelsero la salubrità e la bontà del luogo per fissare la loro dimora. Crediamo ancora nella bontà di quella scelta ed intendiamo valorizzarne appieno tutti gli aspetti positivi, dalla cultura religiosa (per anni ha resistito il primato delle chiese edificate e possedute nel territorio comunale) a quella archeologica (numerosi i nuraghi anche se non ben conservati, tra cui S’Aspru, interessante per la sua planimetria molto articolata. E che dire del bellissimo retablo del maestro di Ozieri (il sacerdote Andrea Sanna, di scuola michelangiolesca? ) recentemente ristrutturato e conservato nella parrocchiale di Sant’Elena? E poi il nostro pane, i nostri cibi, il nostro "arvesionadu", i nostri dolci, i nostri usi e costumi.
E la nostra lingua. Anch’essa di confine: logudorese, attento alle inflessioni nuoresi. Da poco, come comune, abbiamo licenziato un provvedimento importantissimo per il marchio di denominazione di origine comunale, insomma la griffe, il timbro-immagine per i nostri prodotti. Abbiamo scelto un’immagine del nostro monumento ai caduti e, sullo sfondo il campanile di Sant’Elena. Un simbolo: la scultura moderna che raffigura nostro Signore in ricordo dei nostri eroi, e la nostra bandiera, il campanile che certo non è il più alto né, forse, il più bello della Sardegna, ma è il nostro campanile, unico, solido, antico come le nostre radici, le nostre tradizioni, la nostra voglia di continuare ad amare questo pezzo di terra, concessoci dal Padre Eterno nella convinzione che qui sia piacevole e sereno vivere, perché qui si sta Bene Tutti e non solo noi.